bdsm
Barista Sottomessa 9 – Il Marchio del Paddle
07.06.2026 |
39 |
0
"Stasera, quando chiudi, voglio che torni da me con quel plug ancora dentro e il culo ancora segnato..."
Barista Sottomessa 9 – Il Marchio del PaddleSara aveva ventiquattro anni, un caschetto moro corto e spettinato alla Dua Lipa che le incorniciava il viso con quell’aria da ragazzaccia ribelle. Quella mattina aveva scelto dei pantaloncini neri estremamente attillati, di un tessuto elasticizzato che le aderiva al corpo come una seconda pelle, sottolineando in modo quasi pornografico il suo culo alto, rotondo e sodo. La camicetta di lino bianco era leggera, quasi trasparente, con i primi bottoni aperti che lasciavano intravedere la curva dei seni sodi e il solco tra essi.
Il bar era ancora chiuso, immerso nella penombra grigia dell’alba. Sara stava sistemando le tazzine dietro al bancone quando sentì la serratura della porta principale scattare. Lui entrò, alto, spalle larghe, barba curata e quello sguardo da predatore che le faceva sempre cedere le gambe.
«Padrone…» sussurrò lei, il cuore che accelerava all’istante.
Non le diede il tempo di dire altro. Chiuse la porta a chiave con un gesto secco e la afferrò per il polso, trascinandola quasi di peso verso il bagno del personale. La luce era ancora spenta, solo un debole chiarore filtrava dalla finestrella in alto.
La spinse con forza contro il lavandino freddo. «Mani sul bordo. Schiena inarcata. Culo fuori, troia.»
Sara obbedì immediatamente, poggiando i palmi sul marmo e spingendo indietro il sedere. Lui le abbassò i pantaloncini e le mutandine con un unico movimento violento, fino alle ginocchia. Il suo culo perfetto rimase esposto, bianco e invitante nella penombra.
Iniziò con una raffica di schiaffi potenti a mano aperta, alternando le natiche con forza brutale. Il suono carnale degli schiaffi riempiva il piccolo bagno. Sara stringeva i denti, gemendo a ogni impatto, mentre la pelle diventava sempre più rossa.
«Oggi ti marchio come si deve» ringhiò lui, tirando fuori dalla cintura un pesante paddle di legno nero. Sulla superficie sporgente, intagliate in rilievo, spiccavano chiare le lettere WHORE.
Sara lo vide riflesso nello specchio e un brivido le attraversò la schiena.
Il primo colpo fu devastante. Il paddle impattò sulla natica destra con un tonfo sordo e profondo. Sara urlò, il corpo che scattava in avanti. Lui non le diede tregua: colpo dopo colpo, preciso e crudele, ruotando il paddle per far sì che ogni lettera si imprimessero a fondo sulla carne. Il dolore era bruciante, intenso, quasi insopportabile.
«Ahhh! Cazzo… Padrone, brucia!» singhiozzò lei, le lacrime che le rigavano le guance mentre fissava il proprio viso stravolto nello specchio.
Colpo dopo colpo, l’impronta della parola WHORE apparve chiaramente sulla sua natica destra: prima rosa, poi di un rosso acceso, infine di un viola intenso e perfetto. Le lettere erano nitide, gonfie, marchiate sulla pelle per ore. Sara tremava violentemente, le gambe molli, la figa che colava eccitazione lungo l’interno delle cosce.
Soddisfatto del marchio, lui prese dalla tasca un plug anale di metallo spesso e pesante, con una base piatta larga e un brillante rosso che luccicava oscenamente. Lo lubrificò solo con un po’ di saliva e, senza alcun avvertimento, lo spinse dentro di lei con forza.
«Prendilo tutto, puttana.»
Sara soffocò un grido mentre il plug la dilatava brutalmente, affondando fino in fondo. La base larga rimase ben visibile tra le sue natiche arrossate e marchiate, premendo dolorosamente sul marchio fresco. Ogni minimo movimento le mandava fitte di dolore e piacere mescolati.
Lui la girò di scatto, le aprì con violenza la camicetta e si avventò sui suoi seni. Le morse forte un capezzolo, affondando i denti nella carne morbida, poi passò all’altro. Lasciò impronte profonde, ovali rossi con il segno chiaro dei denti. I morsi erano evidenti, quasi trasparenti sotto la camicetta leggera di lino bianco.
Sara era un disastro: il culo marchiato con la parola WHORE, il plug ben piantato dentro di lei, i seni doloranti e segnati. Respirava affannosamente, le guance bagnate di lacrime, ma gli occhi brillavano di eccitazione totale.
«Rivestiti» ordinò lui. «E torna al lavoro. Io mi siedo al tavolino in fondo. Voglio godermi lo spettacolo tutta la mattina.»
Sara si tirò su i pantaloncini con fatica. Il tessuto attillatissimo premeva sul marchio fresco e sul plug, rendendo ogni movimento una tortura deliziosa. La camicetta nascondeva a malapena i segni dei morsi sui seni. Quando uscì dal bagno, camminava con passo rigido, le guance in fiamme.
Il bar aprì poco dopo. I primi clienti arrivarono mentre Sara cercava di comportarsi normalmente. Ogni passo faceva muovere il plug dentro di lei e sfregava il marchio sul tessuto. Il dolore era costante, bruciante, ma la eccitava in modo osceno.
Lui era seduto al tavolino appartato, gambe incrociate, che sorseggiava un caffè con calma, osservandola come un lupo.
Quando Sara gli portò il secondo caffè, lui le sussurrò senza alzare lo sguardo:
«Girati. Voglio vedere il mio marchio sotto quei pantaloncini mentre cammini.»
Lei obbedì, arrossendo violentemente. Mentre tornava al bancone, sentiva lo sguardo di lui fisso sul suo culo. A un certo punto, dovette chinarsi per prendere qualcosa dallo scaffale basso: i pantaloncini si tesero al massimo, facendo risaltare ancora di più il brillante del plug e l’impronta violacea della parola WHORE.
Un cliente abituale la guardò perplesso.
«Sara, tutto bene? Cammini in modo strano oggi…»
«S-sì… solo un po’ di mal di schiena» balbettò lei, mordendosi il labbro fino a farlo sbiancare.
Per tutto il turno lui continuò a torturarla con sguardi e brevi messaggi:
“Piega di più la schiena quando servi.”
“Stringi il plug mentre prendi l’ordine.”
“Voglio vederti arrossire ogni volta che ti muovi.”
Verso metà mattina, mentre era dietro al bancone, Sara sentì un’ondata di piacere così forte che dovette aggrapparsi al bordo per non gemere. Il plug premeva contro il punto più sensibile, il marchio bruciava a ogni movimento, e i morsi sui seni le ricordavano costantemente a chi apparteneva.
Quando il locale si svuotò per un momento, lui la chiamò al tavolo.
«Avvicinati.»
Sara obbedì. Lui le passò una mano sotto il bancone, sfiorando il bordo dei pantaloncini e premendo leggermente sul plug attraverso la stoffa. Lei soffocò un gemito.
«Brava whore. Il marchio ti sta benissimo. Stasera, quando chiudi, voglio che torni da me con quel plug ancora dentro e il culo ancora segnato. E stavolta ti userò come meriti.»
Sara annuì, lo sguardo completamente sottomesso.
«Sì, Padrone… sono la tua puttana marchiata.»
Mentre tornava al lavoro, con il culo in fiamme, il plug che la riempiva e i segni dei denti visibili sotto la camicetta leggera, sapeva che non vedeva l’ora che arrivasse la chiusura. La sua sottomissione diventava ogni giorno più profonda, più dolorosa, più completa.
E ne era dipendente.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Barista Sottomessa 9 – Il Marchio del Paddle:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
